202140024-ee90008e-6c8f-4879-a80d-04e3c6148579.jpg

202140024-ee90008e-6c8f-4879-a80d-04e3c6148579.jpg

Anglat.itJobmetoo,Disaboom. Cresce il numero di social network rivolti a persone con handicap. Che possono utilizzarli per socializzare, cercare lavoro, informarsi. Adesso due sono nati anche in Italia. Sono social network qualsiasi, simili a Facebook e Linkedin, ma al tempo stesso hanno una caratteristica che li rende unici: chi li usa. Comunità online di persone disabili che utilizzano le opportunità offerte dal web 2.0 per condividere informazioni utili che li riguardano: notizie di carattere medico, denunce di situazioni che ostacolano l’accessibilità dei luoghi pubblici o suggerimenti per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Piattaforme pensate per loro. Ma anche per avere un’occasione di conoscersi, condividere un pensiero, “postare” la foto di un viaggio, ridere su un video. Piattaforme online pensate e costruite per le esigenze dei disabili e dei loro famigliari che da alcuni anni stanno riscuotendo un grande successo negli Stati Uniti. E negli ultimi mesi sono arrivate anche in Italia. Anglat. È un vero e proprio Facebook pensato per i disabili quello realizzato da Anglat, un’associazione che dal 1981 si batte per la mobilità delle persone con handicap motori. L’home page, la struttura, le funzioni, le opportunità e persino la grafica sono le stesse del social network più famoso al mondo: amici in comune, chat, foto e video condivisi, gruppi e pagine.

Non c’è concorrenza con Facebook. Ma lo scopo non è certo quello di fare concorrenza a Mark Zuckerberg: “Facebook è troppo generalista, l’informazione si disperde e per i disabili è difficile condividere e accedere a notizie per loro rilevanti: così abbiamo pensato a questo social network su misura”, spiega il presidente di Anglat, Roberto Romeo che venerdì 30 maggio ha lanciato il nuovo social. L’obiettivo, insomma, è assai pratico: “Grazie a questo social la rete Anglat può essere in dialogo continuo con i territori e rispondere in una maniera più organizzata e concreta ai bisogni espressi dai cittadini con disabilità”, continua Romeo. Che a questo progetto crede molto: “Se Anglat riuscirà a coinvolgere anche i familiari dei disabili, gli amici e le associazioni di settore, allora potrebbe diventare il veicolo più innovativo ed efficace per diffondere la cultura della diversità”.
Jobmetoo.

Il focus sul mondo del lavoro. Concentrato sul mondo del lavoro è invece Jobmetoo: il Linkedin creato per favorire l’inserimento dei disabili. Una piattaforma web gratuita dove chi cerca un’occupazione può inserire direttamente il proprio curriculum e ricercare le posizioni aperte nella bacheca, mentre le aziende hanno la possibilità di mettere annunci e selezionare il personale. Uno strumento efficiente per le imprese con più di cinquanta dipendenti, che sono obbligate dalla legge 68/99 ad avere almeno il 7% di lavoratori appartenenti alle categorie protette, ma spesso incontrano ostacoli e vincoli burocratici passando per le tradizionali liste di collocamento e dai centri provinciali per l’impiego.

La nascita di un’idea.
 Il social network è nato da un’idea di Daniele Regolo e dopo tre mesi conta circa 10.000 iscritti, con un ritmo di quasi cento al giorno e 120 aziende, ma l’obiettivo è di ampliare il network e le funzioni della piattaforma “in un’ottica più social”, spiega l’ad Danilo Galeotti: “Un luogo dove gli iscritti possano dialogare con le aziende per avere dei consigli, ma anche trovare un esperto, dal medico all’architetto specializzato in accessibilità dei luoghi”.

L’esempio dell’estero. A metà tra iniziativa solidale e strategia di marketing è l’americano Disaboom. È il primo social network di questo genere, è stato lanciato nel 2008 e oggi ha superato i 90.000 iscritti, anche perché molte aziende interessate a raggiungere questa fascia di consumatori con messaggi mirati vi hanno molto investito. Ma non è l’unico negli Stati Uniti: in pochi anni è stato affiancato da Disabled Community, Disabilinet e Disabled United.

Il pericolo dell’isolamento. Un’idea, quella dei social per disabili, che però non convince tutti. Come Nicola Rabbi, giornalista specializzato sui temi sociali: “Il rischio è di creare un ghetto, cioè l’opposto dello spirito del web 2.0. Per una reale inclusione, perché non utilizzare i normali social network come tutti? Per le informazioni che interessano le persone portatrici di handicap è sempre possibile creare una rete di contatti su Linkedin o un gruppo Facebook senza bisogno di creare una comunità parallela”.

Fonte

speaker-1_.jpg

speaker-1_.jpg

Impresa, innovazione e creatività… secondo queste direttive si è mossa la due giorni milanese di Cross Creativity che ha raccolto il meglio delle startup che agiscono nel campo della cultura. L’appuntamento appena concluso è stato promosso da Regione Lombardia, in collaborazione con Unioncamere Lombardia, Politecnico di Milano e Meet the Media Guru, e realizzato insieme all’Expo delle startup. Le giovani imprese creative hanno potuto incontrare le Istituzioni, ma anche venture capitalist che hanno ascoltato i progetti per eventualmente sostenerli.

Ma che tipo di cultura e verso quale modello di impresa creativa? Per Francesco Zurlo, direttore del Master in Design Strategico del Politecnico di Milano, bisogna innanzitutto sottolineare che “c’è un mercato e una domanda di cultura che richiama una nuova imprenditorialità.” Una domanda centrale per i paesi di industrializzazione avanzata e in quelli con una più marcata propensione verso i beni culturali (come sicuramente l’Italia è, può e deve essere). E i giovani che si sono presentati con i loro progetti di fronte a possibili buyer, player e investitori, quali modelli hanno in mente per una cultura che sia in grado di farsi impresa? Guardando alcuni dei progetti più interessanti si può provare a fare una prima mappa degli orientamenti più significativi delle imprese culturali giovanili.

Un ruolo fondamentale lo svolge l’artigianato: “Craftventure” cerca di legare turismo e artigianato facendo vivere esperienze dell’artigianato made in Italy ai turisti, invece “Youcraft” vuole creare una piattaforma dedicata all’arte applicata italiana. Mentre “MakersHub” si occupa di mettere in relazione creativi, idee e laboratori in grado di ospitare e realizzare le idee. Questi, come molti altri progetti, evidenziano una direzione ben precisa: creare comunità, sempre più individuate, sempre più forti e indirizzate. Come spiega Zurlo: “Il fenomeno più rilevante sembra quello di un radicamento al territorio e di una richiesta di partecipazione. Si usa la cultura come elemento aggregante e socializzante.” Un’altra tendenza fondamentale secondo Zurlo è “la dimensione narrativa, che è una dimensione trasversale che attraversa progetti molti diversi. Si sente l’esigenza di storie per supportare i territori, i beni culturali e gli oggetti d’arte. Storie legate alle diverse espressioni della cultura.” E infine si sottolinea l’interesse verso la cultura percepita come elemento di crescita per gli individui ma anche come mercato possibile.

Un ruolo da protagonista lo occupano i progetti di piattaforme partecipate: le piattaforme rispondono proprio al bisogno di creare comunità forti composte da individui che sono interessati a investire tempo, energie e magari soldi per i propri bisogni culturali: “Mostrami” del Gruppo 97 Cantieri Sonori progetta una piattaforma per giovani artisti di diversa provenienza, pittori, scultori, fotografi, videoartist, streetartist, designer. L’idea è quella di unire e creare connessioni e opportunità. E, ancora, “Stage Diving” genera community di crowdfunding per organizzare concerti musicali. Pratiche “dal basso” ma, ancora una volta, radicamento, territorio e condivisione: “Case Sparse | Tra l’Etere e la Terra”, per esempio, è un progetto di residenza d’artista in territori fuori dai grandi centri e dalle traiettorie turistiche. Una maniera per ripensare il territorio, valorizzarlo e inserirlo in una community come quella del’arte contemporanea.

Artigianato, arte contemporanea, musica, ma anche cinema: “Movieday” concentra l’attenzione sulla rivoluzione digitale in ambito audiovisivo creando una struttura per cinema digitale on demand in sala. E non manca l’universo game come nel caso di “Urban Game Factory” che vuole realizzare urban game sostenibili, grandi eventi ludici a cui si partecipa live, scambiando informazioni, creando gruppi e condividendo spazi reali. Ma tra le forme culturali, secondo Zurlo, “sembra prevalere l’arte e l’arte performativa proprio per quel valore di socializzazione di cui si parlava prima. E inoltre il design.” L’osservatorio privilegiato di Cross Creativity evidenzia un bisogno di creatività che comprende la tecnologia, l’informazione, la comunicazione, che predilige le strategie narrative, l’aggregazione e la socializzazione, che esplora nuovi territori e individua originali chiavi di lettura per ripensare la cultura.

Simone Arcagni

Fonte

SUCCEDE IN ITALIA: 23 – 29 giugno

Pubblicato: 23 giugno 2014 in Eventi, Società

MILANO

Lunedì 23 giugno 2014 – ore 17,30
Diversity EXPO. Maggiore diversità = maggiore produttività

Diversity EXPO è il nuovo progetto che AIDP ha deciso di lanciare e inserire tra i key project dei prossimi anni.
Genere, età, etnia, disabilità, sono le diversità che verranno analizzate per supportare le aziende ad essere “Diversity Oriented”. InclusivitàVarietàOriginalitàSincretismoPolifoniaAccoglienzaIbridazioneMediazioneSintesi,Integrazione sono le parole chiave che abbiamo scelto per rappresentare la nostra visione sulla Diversità. Promuovere la diversity non è solo una scelta etica, ma un valore per le performance delle imprese.

Sede: Bosch – via Marco Antonio Colonna, 35 – Milano

Per maggiori informazioni clicca qui

BOLOGNA

Mercoledì 25 giugno 2014 – ore 16,00
L’invecchiamento cerebrale

Intervento di Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano.

Sede: Accademia delle Scienze, Sala Ulisse – Via Zamboni, 31 – Bologna

Per maggiori informazioni clicca qui

Venerdì 27 giugno 2014 – ore 17,30
Formazione è linguaggio

Si dice giustamente che “tutto è comunicazione”. Ora, per comunicare la frase “tutto è comunicazione” abbiamo bisogno di utilizzare un linguaggio e per utilizzare un linguaggio dobbiamo prima di tutto apprenderlo. Ma come possiamo apprendere qualcosa se non abbiamo un linguaggio? E come possiamo dunque apprendere un linguaggio se, prima, non abbiamo un linguaggio? Insomma un apparente paradosso logico che, divorando se stesso, sembra insolubile: eppure, grazie a questo paradosso, l’umanità da sempre esiste, pensa, comunica, progredisce. Formazione è linguaggio (ma anche viceversa).

Sede: Cubo Unipol Bologna – Piazza Vieira De Mello 3 – accessibile da Via Stalingrado, 36 e 37 – Bologna

Per maggiori informazioni clicca qui