Archivio per la categoria ‘Lavoro’

multitasking-500x482.png

multitasking-500×482.png

La pentola è sul fuoco mentre dal tablet consultiamo una ricetta online, in attesa di giocare di nuovo a Candy Crush. Intanto l’acqua della doccia è bollente, la tv accesa in sottofondo, e sullo smartphone saltiamo tra l’app di Facebook e le email per vedere cosa accade di nuovo. Per completare il quadro, mandiamo un tweet che riassume il nostro stato d’animo. Un po’ stressato, probabilmente. Da quando Internet è entrata sotto varie forme nelle vita quotidiana, il numero di “cose da fare” è esploso e il multi-taskling, da definizione prettamente informatica legata alle capacità computazionali di eseguire più compiti contemporaneamente e non in sequenza, è diventato per osmosi uno stile di vita. E di lavoro. Secondo una definizione azzeccata, la vita imita la Rete: come su un browser apriamo, e teniamo aperte, una quantità sempre maggiore di “schede”, così nel quotidiano diamo vita ad attività contemporanee senza (spesso) concluderne neanche una. Non è solo un’abitudine a cui diventa sempre più difficile sottrarsi, ma spesso viene considerata una qualità. Al di là dello stress, e della stanchezza, siamo sicuri che si tratti di un buon modo di vivere e di lavorare? Nella patria del multi-tasking, gli Stati Uniti, sta riemergendo il valore del single-tasking, la capacità di fare una cosa alla volta. E di farla bene, perché tutta la nostra concentrazione è dedicata a quanto abbiamo davanti. Il che comporta una scelta, quella di dedicarsi alla cosa giusta al momento giusto, un modo di affrontare la vita definito “mindfulness”, con “piena presenza”.

Alcuni teorici del ritorno al passato, perché di questo si tratta, hanno sviluppato delle pratiche per indirizzarci sulla buona strada. Esercizi quotidiani, da mettere in pratica nel lavoro e nella vita, come quello di assegnare a ogni singolo compito sulla “to do list” un numero determinato di tempo. E quindi di rispettare questo lasso anche a fronte di interruzioni, da affrontare con ampi respiri, eventuali nuove priorità, e con la risoluzione di non rispondere al telefono ogni volta che squilla. Quando poi ci troviamo bloccati nello svolgere un’attività, evitiamo di passare a un’altra. Facciamo invece una passeggiata. Per poi tornare sulla questione, portandola a termine. Infine, quello che forse è il consiglio migliore: impariamo a delegare.

Buone pratiche per tutti, ma che non rispondono alla domanda fondamentale: è davvero pensabile un ritorno a ritmi più naturali? Anzi, il single-tasking lo si può davvero definire naturale? Perché l’uomo cambia e secondo Claudio Mencacci la risposta alle due domande è un semplice (almeno questo) no. Il direttore del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano definisce l’auspicato ritorno una provocazione. “Quello su cui ci ha messo Internet è un aereo che fila via veloce, e dal quale ormai non possiamo più scendere né tantomeno pensare che ci riporti indietro”, spiega lo psichiatra. E poi è appunto una questione di natura umana, “perché non si può non vedere come questa realtà di iper-rappresentazione del presente va a titillare il nostro bisogno di vivere più vite”. Fare molte cose contemporaneamente, anche diverse, di fatto dà una forma al sogno dell’immortalità.

Spostandoci sul versante professionale, il “fare la cosa giusta” continua per lo più a essere associato al “fare molte cose”. Anche se il multi-tasking spesso viene confuso con la multi-competenza. Ma soprattutto in periodo di coperte corte, non c’è spazio né risorse per fare sofismi. “Quando si tratta di finalizzare un progetto, poter essere tutti concentrati sull’unico obiettivo è fondamentale”, conferma Matteo Esposito, ceo di Imille, agenzia di comunicazione digitale di Milano. “Ma nell’attività quotidiana non è pensabile concedersi il lusso di dedicare una persona a una singola attività”. Il manager spiega che il multi-tasking ha anche vantaggi creativi: “Non si tratta solo di ottimizzare e di non perdere la capacità di rispondere time to market”, spiega Esposito. “Le persone che si spostano da un’attività all’altra permettono una migliore circolazione delle idee in azienda. E la continua connessione con i social network porta un vantaggio incalcolabile: la possibilità di accedere a una sorta di intelligenza collettiva”.

È pur vero che certi abiti professionali, ancora più stressati dalla maggior incidenza di lavoro precario, diventa sempre più difficile dismetterli quando si torna a casa. Con il rischio che la cena in famiglia, da rito in cui finalmente ci si ferma per fare – tutti insieme – la stessa cosa, diventi un ulteriore momento individuale di rapporto con lo schermo del proprio telefonino-tablet. Chi ci rimette, nell’epoca di Facebook, è proprio la capacità di relazione. E, nel tempo di Twitter, quella di astrazione. “C’è un pericoloso equivoco di fondo sulla capacità di sintesi di un Like o di un tweet e la profondità di pensiero”. L’avvertimento viene da Nicoletta Gandus, ex magistrato e attuale co-presidente della Casa delle Donne di Milano. “Se il multi-tasking implica che si dedichi solo una parte di sé in quello che stiamo affrontando, la questione non si limita solo a una battaglia contro lo stress”. Si tratta di una capacità di concentrazione da riguadagnare, almeno quando stiamo affrontando le cose davvero importanti della vita. “Quando i giudici si ritirano in Camera di Consiglio, l’obbligo assoluto è quello di spegnere il telefono”. Una chimera nella vita quotidiana. Ma lo si può prendere come spunto per tornare a privilegiare, almeno ogni tanto, la vera qualità rispetto alla sfrenata quantità.

di Federico Cella

Fonte

202140024-ee90008e-6c8f-4879-a80d-04e3c6148579.jpg

202140024-ee90008e-6c8f-4879-a80d-04e3c6148579.jpg

Anglat.itJobmetoo,Disaboom. Cresce il numero di social network rivolti a persone con handicap. Che possono utilizzarli per socializzare, cercare lavoro, informarsi. Adesso due sono nati anche in Italia. Sono social network qualsiasi, simili a Facebook e Linkedin, ma al tempo stesso hanno una caratteristica che li rende unici: chi li usa. Comunità online di persone disabili che utilizzano le opportunità offerte dal web 2.0 per condividere informazioni utili che li riguardano: notizie di carattere medico, denunce di situazioni che ostacolano l’accessibilità dei luoghi pubblici o suggerimenti per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Piattaforme pensate per loro. Ma anche per avere un’occasione di conoscersi, condividere un pensiero, “postare” la foto di un viaggio, ridere su un video. Piattaforme online pensate e costruite per le esigenze dei disabili e dei loro famigliari che da alcuni anni stanno riscuotendo un grande successo negli Stati Uniti. E negli ultimi mesi sono arrivate anche in Italia. Anglat. È un vero e proprio Facebook pensato per i disabili quello realizzato da Anglat, un’associazione che dal 1981 si batte per la mobilità delle persone con handicap motori. L’home page, la struttura, le funzioni, le opportunità e persino la grafica sono le stesse del social network più famoso al mondo: amici in comune, chat, foto e video condivisi, gruppi e pagine.

Non c’è concorrenza con Facebook. Ma lo scopo non è certo quello di fare concorrenza a Mark Zuckerberg: “Facebook è troppo generalista, l’informazione si disperde e per i disabili è difficile condividere e accedere a notizie per loro rilevanti: così abbiamo pensato a questo social network su misura”, spiega il presidente di Anglat, Roberto Romeo che venerdì 30 maggio ha lanciato il nuovo social. L’obiettivo, insomma, è assai pratico: “Grazie a questo social la rete Anglat può essere in dialogo continuo con i territori e rispondere in una maniera più organizzata e concreta ai bisogni espressi dai cittadini con disabilità”, continua Romeo. Che a questo progetto crede molto: “Se Anglat riuscirà a coinvolgere anche i familiari dei disabili, gli amici e le associazioni di settore, allora potrebbe diventare il veicolo più innovativo ed efficace per diffondere la cultura della diversità”.
Jobmetoo.

Il focus sul mondo del lavoro. Concentrato sul mondo del lavoro è invece Jobmetoo: il Linkedin creato per favorire l’inserimento dei disabili. Una piattaforma web gratuita dove chi cerca un’occupazione può inserire direttamente il proprio curriculum e ricercare le posizioni aperte nella bacheca, mentre le aziende hanno la possibilità di mettere annunci e selezionare il personale. Uno strumento efficiente per le imprese con più di cinquanta dipendenti, che sono obbligate dalla legge 68/99 ad avere almeno il 7% di lavoratori appartenenti alle categorie protette, ma spesso incontrano ostacoli e vincoli burocratici passando per le tradizionali liste di collocamento e dai centri provinciali per l’impiego.

La nascita di un’idea.
 Il social network è nato da un’idea di Daniele Regolo e dopo tre mesi conta circa 10.000 iscritti, con un ritmo di quasi cento al giorno e 120 aziende, ma l’obiettivo è di ampliare il network e le funzioni della piattaforma “in un’ottica più social”, spiega l’ad Danilo Galeotti: “Un luogo dove gli iscritti possano dialogare con le aziende per avere dei consigli, ma anche trovare un esperto, dal medico all’architetto specializzato in accessibilità dei luoghi”.

L’esempio dell’estero. A metà tra iniziativa solidale e strategia di marketing è l’americano Disaboom. È il primo social network di questo genere, è stato lanciato nel 2008 e oggi ha superato i 90.000 iscritti, anche perché molte aziende interessate a raggiungere questa fascia di consumatori con messaggi mirati vi hanno molto investito. Ma non è l’unico negli Stati Uniti: in pochi anni è stato affiancato da Disabled Community, Disabilinet e Disabled United.

Il pericolo dell’isolamento. Un’idea, quella dei social per disabili, che però non convince tutti. Come Nicola Rabbi, giornalista specializzato sui temi sociali: “Il rischio è di creare un ghetto, cioè l’opposto dello spirito del web 2.0. Per una reale inclusione, perché non utilizzare i normali social network come tutti? Per le informazioni che interessano le persone portatrici di handicap è sempre possibile creare una rete di contatti su Linkedin o un gruppo Facebook senza bisogno di creare una comunità parallela”.

Fonte

Immagine tratta da Flickr, di Ever Jean

 

Negli anni ’60 c’era solo carta e macchina da scrivere. Oggi è tutto diverso, ma certe cose restano

Solo 50 anni fa eravamo seduti nel nostro ufficio solo con una penna, della carta e una macchina per scrivere. Qualche annetto dopo, le tecnologie sono un po’ cambiate e si sono evolute. Computer sempre più sofisticati, ma l’interfaccia che privilegia la vista e il binomio scrittura/lettura per comunicare resta intatta.

Per descrivere questo fenomeno c’è una bella infografica interattiva, che racconta, scrollando verso il basso, l’evoluzione negli anni della vita da ufficio fino ai giorni nostri. Per il futuro come sarà? Ci saranno ancora i caffè alle macchinette? I pettegolezzi sui colleghi? I flirt tra vicini nati per far passare il tempo?

static

Fonte