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Alla fine del XIX secolo del colera si sapeva pochissimo.  Erroneamente si riteneva che il contagio avvenisse per via aerea.  Nel 1854 Londra fu colpita da una tragica epidemia. In tre giorni morirono 120 persone. John Snow era un medico anestesista. Ebbe l’idea che oggi i data journalist praticano: mappare i casi. Tradotto in termini più attuali geolocalizzò su una mappa di Soho le vittime di colera. L’ipotesi che trovò conferma era che le morti si posizionavano intorno a una pompa di distribuzione dell’acqua. Due anni fa Robin Wilson all’Università di Southampton ha ripreso e aggiornato con il contributo del Gps quella mappa: 

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Questo metodo gli permise di notare che i casi si concentravano attorno ad una pompa dell’acqua nel distretto di Soho. Bloccando il funzionamento della pompa riuscì a fermare il diffondersi della malattia. La scoperta ha contribuito a identificare la natura della trasmissione della patologia (l’acqua) ed è stata il primo esempio di analisi epidemiologica. E peraltro forniva una ipotesi ragionevole del perché intorno alla birrerie (dove si beve poca acqua) c’erano poche vittime.

A duecento anni di distanza dalla nascita di Snow (1813) l’utilizzo delle mappe per studiare le epidemie è parte integrante della ricerca scientifica. E a grande velocità (nell’ultimo anno l’accelerazione è stata formidabile) la pratica di mappare i dati sta entrando anche nelle redazioni giornalistiche.

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Negli ultimi sei mesi abbiamo assistito a una accelerazione. Da fenomeno per soli nerd si è passata a una attenzione più interessata.

Recentemente il New YorkTimes ha lanciato The snapshot. Più rumore ha sollevato Five ThirtyEight dell’antipaticissimo Nate Silver, quello per intenderci che è bellamente passato da genio premonitore del Baseball ad analista politico azzeccando nel 2008 l’andamento elettorale delle elezioni americani. Per la cronaca, fece centro in 49 paesi su 50, sbaglio solo l’Indiana ma per poche percentuali. E tutto studiando i numeri e le statistiche. Più odioso di così.

Insomma, a occuparsi di dati e fogli excel non c’è più solo il Guardian. In Italia Wired (Italia), la Stampa e network come Data Ninja  gareggiano nella finale il Data Journalism Award. Sta passando – faticosamente – la consapevolezza che i numeri raccontano storie. Che i computer non sono nemici dei giornalisti. E che Big data, conoscenze di programmazione e il caro e vecchio mestiere del giornalista possono innescare la nascita di nuove inchieste interattive e geneticamente diverse.

 

Luca Tremolada

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Ho appena finito di leggere The Influencing Machine, la graphic novel delle giornalista americana Brooke Gladstone sui mezzi d’informazione. Illustrato da Josh Neufeld(A.D.: New Orleans After the Deluge), il libro della Gladstone, che ha una trasmissione sulla radio pubblica PBR dedicata proprio ai mezzi d’informazione, smonta l’idea preconcetta secondo la quale in duemila anni di storia, la stampa, la radio, la televisione e ora le fonti online abbiano plasmato l’opinione pubblica.

Sono invece i pregiudizi del pubblico sul mondo e sui mezzi d’informazione a determinare, secondo la coautrice di On the Media, il modo in cui le notizie sono percepite e influenzano il suo comportamento. Per dimostrarlo, Gladstone si appoggia anche su diversi studi compiuti da sociologi e neuroscienziati negli ultimi cinquant’anni.

In particolare, Gladstone si occupa del bias, come lo chiamano gli anglofoni, ossia l’inevitabile pregiudizio del giornalista, che si riflette sul suo lavoro e, secondo alcuni, lo decredibilizza. In un capitolo intitolato “la Matrix in me”, l’autrice dimostra poi in modo inconfutabile che le decisioni che la maggior parte delle persone pensano di aver preso in modo assolutamente razionale sono in realtà dettate dalle reazioni a pregiudizi inconsci.

L’argomento centrale del libro è che i mezzi d’informazione e il loro pubblico sono molto più legati di quanto quest’ultimo è pronto ad ammettere. Il titolo è tratto dall’illusione, molto comune presso gli schizofrenici, secondo la quale un’entità esterna — la “macchina influenzante” — instilla nelle loro menti pensieri terribili, mentre questi sono ovviamente il prodotto della loro psiche.

In conclusione, scrive Gladstone, “i mezzi d’informazione non vi controllano, ma si adattano ai vostri desideri”. E finché non saremo pronti ad ammettere che siamo complici e a lottare contro “le pulsioni neuronali che animano i nostri cervelli rettiliani”, avremo “i mezzi d’informazione che meritiamo”.

di Gian Paolo Accardo

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Da più di 15 anni passo le giornate online davanti un computer (“Ma bravo!” sfotterete voi…) e ormai ho accumulato una quantità di dati, letture, numeri ed esperienze da far venire la nausea al solo pensarci. Un ritmo che è persino aumentato negli ultimi 4 anni di lavoro nella redazione di Wired Italia. Periodo che è coinciso con il trionfo della dimensione social dei contenuti. Facebook, Twitter e i loro fratelli minori sono divenute le piattaforme predilette per la diffusione delle news, da soli sono in grado di decidere il successo o il fallimento di un articolo, un servizio fotografico, un video.

Con lo scarabocchio che vedete in testa l’articolo ho cercato di fotografare una situazione presente partendo da una semplice constatazione. Nell’ecosistema dei contenuti attuale la “medietà” di toni/argomenti/formati è una caratteristica inefficace, per questo destinata all’estinzione. Mi spiego meglio. Proprio perché arriviamo alle news soprattutto attraverso i social network questi hanno portato l’ecosistema mediatico ad evolversi a loro immagine e somiglianza. Estremizzando potremmo dire che news e servizi hanno preso ad assomigliare agli status update di amici e conoscenti. Emotivamente coinvolgenti, spiritosi, informati e narrativi, a volte esageratamente lunghi per attirare il vostro sguardo, altre volte scioccanti, volgari e fulminanti per lo stesso motivo. Tutto per essere in grado di farci cliccare all’interno di un flusso che è quasi sempre quello del newsfeed del social di turno in cui la breaking news è in diretta competizione con le foto di famiglia di amici e zie.

Gli esempi riportati all’interno del quadrato (e linkati qui sotto in calce ad ogni paragrafo) sono tratti dal sito che state navigando, quello che conosco meglio, ma potrebbero essere estesi con le dovute misure a qualunque sito di informazione.

Asse orizzontale: il tempo
La prima discriminante per la creazione e distinzione di un contenuto online è quella temporale. “In che modo è legato al momento presente?”. Vale allora la pena ricordare la più ovvia delle verità svelate anche dal brillante saggio Post Industrial Journalism. A differenza del passato dove i giornali venivano gettati il giorno dopo l’uscita il Web è una dimensione in buona parte atemporale dove qualcosa creato oggi può essere valido molto a lungo, possibilmente per sempre, riutilizzabile infinite volte. Da una parte quindi c’è l’attualità, tutti sappiamo quanto è utile in termini di accessi essere i primi ad annunciare la morte di un personaggio famoso, l’affondamento della Concordia. Dall’altra esiste però un “tempo di Internet” dove il presente è un’opinione e si vive in un eterno fermo immagine (GIF?) in cui gli argomenti più gettonati sono sempre i medesimi: classifiche, liste, video buffi, polemiche sempreverdi tra partigiani della propria fazione. Aneddoti vintage provenienti da un passato più o meno recente comunque lontano da questo “presente che non passa” in cui ci siamo fermati da una decina d’anni. Esempio: #coglioneNo, la campagna per la tutela dei creativi italiani / Il ritorno del Winner Taco: la vittoria dei troll (buoni) VS Come ho fregato tg, politici e giornali con qualche riga su Wikipedia / Le foto più importanti di sempre (secondo la Rete)

Asse verticale: appartenenza
Uso la parola appartenenza per definire il concetto della prossimità tra un sito e i contenuti che sta pubblicando. Come già ricordato altrove la dimensione quantitativa è ancora più importante di quella qualitativa. Ecco perché buona parte dei database di news online è composta da citazioni, rilanci, brevi e facezie trovate nel Web che vanno inglobate e fatte rimbalzare con il minimo sforzo possibile. L’obiettivo è quello di massimizzare l’efficacia di qualcosa prodotto altrove e trasformarlo in benzina per il proprio motore di traffico. Trattandosi quasi sempre di rilanci di materiale trovato e curato da altri il livello di appartenenza è minimo. Dall’altro lato cose altrettanto efficaci, e indubbiamente più importanti per sviluppare una propria voce editoriale, sono i contenuti profondamente legati alla propria ragione editoriale, magari esclusivi, che dimostrano l’autorevolezza della testata. Non una semplice riproposizione degli adagi del vecchio giornalismo cartaceo però. A questo giro si tratta soprattutto di esaltare la capacità di maneggiare materiale multimediale, anche in funzione del sempre più importante abilità nel creare il famigerato Native Advertising.

Come riuscire a vendere un prodotto con la propria voce se non se ne ha una? Soprattutto creare valore aggiunto da diffondere nell’ambiente social. A quanti si lamentano delle reazioni furenti e commenti acidi del propri lettori bisognerebbe chiedere anche quante volte ultimamente hanno dimostrato di meritare la loro fiducia, amore e entusiasmo. Gli stessi valori che applaudiamo in marchi vincenti come Apple o Red Bull capaci di far innamorare i propri clienti di quello che non è più un semplice prodotto in negozio ma un brand che proprio grazie ai social viene vissuto e respirato 24h su 24. In molti oggi parlano di Long Form Journalism, un formato nato proprio dall’esigenza di incanalare e formalizzare questi contenuti più importanti un tempo presenti solo nelle edizioni cartacee delle varie testate. Oltre a questo opinioni, editoriali e prese di posizioni (spesso eredità dell’antica blogosfera ormai del tutto assorbita dall’ecosistema mediatico ufficiale) capaci di coinvolgere, provocare e scuotere il lettore molto più profondamente di una semplice news o servizio di scenario. Esempio: Mappa ospedali / Tutta la storia del metodo Stamina / Arduino: creare è un gioco da ragazzi VS Tutti gli spot del Super Bowl / Park Seo-yeon e il voyeurismo gastronomico.

Al centro: La zona morta
E in mezzo? In mezzo non c’è niente. Tutto ciò che non trova spazio agli estremi degli assi di tempo/appartenenza che abbiamo descritto non ha quasi mai ragione di essere pubblicato online. Esiste quindi una sorta di valle della morte per tutti quei contenuti né troppo tempestivi né troppo curiosi né abbastanza divertenti né approfonditi che online diventano dei veri e propri fardelli quasi inutili. Possono servire da database, magari trovare una propria via al lettore attraverso i meccanismi di Google News ma in termini di efficacia assoluta questo nuovo pianeta di informazione-sociale punisce severamente la medietà in ogni sua forma. Esempio: Petting Zoo, animali meccanici da compagnia /Come si formano i pianeti con due soli / Videogiochi in mobilità: gli smartphone sorpassano le console / Le immagini del satellite Phobos a 360 gradi

Nota Bene
I conti tornano osservando lo schema nella sua totalità. Mentre i due quadrati della parte superiore si possono identificare in diverse tipologie di formati editoriali online più o meno classici (dal NYT orientato al formato news a siti basati sul modello virale come Dangerous Minds o Upworthy) la parte inferiore è invece quella che somiglia da vicino ai meccanismi tecnologici e di linguaggio tipici dei social network (Tumblr e Twitter). In termini di rapidità difficilmente un giornale, o persino un’agenzia, non potrà mai battere Twitter. Allo stesso modo un ambiente come quello ormai enorme di Tumblr è il trionfo stesso di questa dimensione parallela che è il Web. Un mondo dove riemergono improvvisamente contenuti vecchi di anni, curiosità, fattoidi e bizzarrie si mescolano senza soluzione di continuità con un’importanza sempre maggiore dell’aspetto visivo (foto, video) su quello prettamente testuale-informativo.

Conclusioni
La regola aurea è semplicemente quella di cercare di fare numeri con ciò che gli altri non hanno. Banale? Da sempre i giornalisti cercano lo scoop. Ma non si tratta solo di quello. Idee, creatività, forme ibride di informazione e contenuti oggi sono alla portata di tutti ed è possibile presentare la notizia del giorno in infiniti modi differenti. Jonah Peretti fondatore del popolare sito Buzzfeed ha affermato che la pubblicità se vuole continuare a vivere deve tornare a somigliare a quella degli anni 60 ritratta in una serie come Mad Men: inventiva, originale. Diventato sempre più evanescente il confine online tra informazione e pubblicità non vedo perché anche l’informazione non debba mettersi in questa scia di creazione di contenuti fondati su un pensiero laterale.

Proprio oggi che l’infinito spazio del Web permetterebbe qualunque genere di approfondimento e divagazione assistiamo ad una spaventosa uniformità dei contenuti. Un appiattimento in cui sguazzano i tanti siti aggregatori sempre più simili a depositi di spam. Piattaforme che verranno presto sostituite da algoritmi automatici già quasi in grado di fare questo lavoro di pura pesca a strascico. Dovesse essere questa l’evoluzione delle cose allora non ci sarebbe motivo di continuare a difendere il mestiere e i posti dei lavori di giornalisti ridotti a fare il lavoro delle macchine, senza riuscire ad averne l’efficienza e la velocità.

L’auspicio per il futuro è quindi quello di veder nascere sempre più produttori di contenuti capaci di mescolare l’eredità e l’esperienza dei “vecchi” giornali con le infrastrutture tecnologiche, intuizioni, la velocità e l’ironia tipiche dei social network. La zavorra da lasciare a terra è tutto ciò che sta nel mezzo. Prima tra tutti la tipica informazione istituzionale (spesso politica, spesso più rivolta agli addetti al settore che ai lettori) che per anni ha alimentato l’industria informativa tradizionale e che ancora campeggia invadente nelle prime pagine di molti quotidiani online ma che oggi (dove tutto è istantaneamente misurabile e giornalista e lettore si possono confrontare direttamente) ha smesso di avere diritto di cittadinanza perché semplicemente non funziona. Né per chi le notizie deve venderle né soprattutto per chi deve leggerle.

Andrea Girolami

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