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È tempo di rinnovamenti

Pubblicato: 8 luglio 2014 in Cambiamento
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Carissimi,

con l’arrivo dell’estate ho deciso di prendermi un po’ di pausa dalla normale frequenza di pubblicazione dei post per concentrami su un restyling delle Zoccasioni Generative.

Nuove avventure sono in programma e mi sembra l’occasione giusta per apportare qualche novità al blog.

Non vi anticipo nulla, ma già da settembre potrete giudicare voi se le mie fatiche estive saranno state produttive oppure no.

Sono certo l’ombrellone porterà consiglio.

Nel frattempo, vi auguro una splendida e riposante estate!

A presto

Matteo Zocca

Alla fine del XIX secolo del colera si sapeva pochissimo.  Erroneamente si riteneva che il contagio avvenisse per via aerea.  Nel 1854 Londra fu colpita da una tragica epidemia. In tre giorni morirono 120 persone. John Snow era un medico anestesista. Ebbe l’idea che oggi i data journalist praticano: mappare i casi. Tradotto in termini più attuali geolocalizzò su una mappa di Soho le vittime di colera. L’ipotesi che trovò conferma era che le morti si posizionavano intorno a una pompa di distribuzione dell’acqua. Due anni fa Robin Wilson all’Università di Southampton ha ripreso e aggiornato con il contributo del Gps quella mappa: 

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Questo metodo gli permise di notare che i casi si concentravano attorno ad una pompa dell’acqua nel distretto di Soho. Bloccando il funzionamento della pompa riuscì a fermare il diffondersi della malattia. La scoperta ha contribuito a identificare la natura della trasmissione della patologia (l’acqua) ed è stata il primo esempio di analisi epidemiologica. E peraltro forniva una ipotesi ragionevole del perché intorno alla birrerie (dove si beve poca acqua) c’erano poche vittime.

A duecento anni di distanza dalla nascita di Snow (1813) l’utilizzo delle mappe per studiare le epidemie è parte integrante della ricerca scientifica. E a grande velocità (nell’ultimo anno l’accelerazione è stata formidabile) la pratica di mappare i dati sta entrando anche nelle redazioni giornalistiche.

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Negli ultimi sei mesi abbiamo assistito a una accelerazione. Da fenomeno per soli nerd si è passata a una attenzione più interessata.

Recentemente il New YorkTimes ha lanciato The snapshot. Più rumore ha sollevato Five ThirtyEight dell’antipaticissimo Nate Silver, quello per intenderci che è bellamente passato da genio premonitore del Baseball ad analista politico azzeccando nel 2008 l’andamento elettorale delle elezioni americani. Per la cronaca, fece centro in 49 paesi su 50, sbaglio solo l’Indiana ma per poche percentuali. E tutto studiando i numeri e le statistiche. Più odioso di così.

Insomma, a occuparsi di dati e fogli excel non c’è più solo il Guardian. In Italia Wired (Italia), la Stampa e network come Data Ninja  gareggiano nella finale il Data Journalism Award. Sta passando – faticosamente – la consapevolezza che i numeri raccontano storie. Che i computer non sono nemici dei giornalisti. E che Big data, conoscenze di programmazione e il caro e vecchio mestiere del giornalista possono innescare la nascita di nuove inchieste interattive e geneticamente diverse.

 

Luca Tremolada

Fonte

Immagine tratta da Flickr, di Ever Jean

 

Negli anni ’60 c’era solo carta e macchina da scrivere. Oggi è tutto diverso, ma certe cose restano

Solo 50 anni fa eravamo seduti nel nostro ufficio solo con una penna, della carta e una macchina per scrivere. Qualche annetto dopo, le tecnologie sono un po’ cambiate e si sono evolute. Computer sempre più sofisticati, ma l’interfaccia che privilegia la vista e il binomio scrittura/lettura per comunicare resta intatta.

Per descrivere questo fenomeno c’è una bella infografica interattiva, che racconta, scrollando verso il basso, l’evoluzione negli anni della vita da ufficio fino ai giorni nostri. Per il futuro come sarà? Ci saranno ancora i caffè alle macchinette? I pettegolezzi sui colleghi? I flirt tra vicini nati per far passare il tempo?

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