È tempo di nuovi alfabeti per i bambini

Pubblicato: 30 aprile 2014 in Cambiamento, Insegnamento, Tecnologia
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Un bimbo, avvezzo dalla nascita all’utilizzo del computer, si addestra sul simulatore per difendere il mondo dalla minaccia intergalattica. Accanto a lui, schiere di hacker preadolescenti violano qualsiasi sistema di sicurezza per scongiurare il totalitarismo digitale.

Sembrano gli scenari fantascientifici di Orson Scott Card, o le distopie descritte nei romanzi di Cory Doctorow. Ma oggi la realtà non è molto diversa.
Si prenda un sabato mattina recente, a Milano, ispirato da Child of Light, fiaba digitale in uscita per Ubisoft: 54 bambini fra i 7 e i 14 anni sono seduti ai loro pc portatili, in un ambiente colorato come solo un asilo. Sugli schermi sono già aperte le finestre di “Scratch”, tool progettato dal Mit per la realizzazione di videogame prêt-à-jouer. Entro mezza giornata ognuno dei bimbi tornerà a casa con un gioco progettato e scritto da sé. Un gioco funzionante, sia chiaro.

«Beato chi ha inventato CoderDojo», urla durante la pausa merenda Mirko, 9 anni il prossimo giugno, manifestando con l’entusiasmo amplificato da una fetta biscottata la propria soddisfazione per aver partecipato all’iniziativa. Di CoderDojo, appunto, solo l’apice di un movimento crescente che negli ultimi anni promuove l’insegnamento della programmazione fra i bambini dai 5 anni in su.

Fondato nel 2011 in Irlanda, dall’hacker allora 18enne James Whelton e col portafoglio di Bill Liao, anche per la sua natura non profit Coder Dojo si è diffuso in 43 paesi e cresce con continuità: solo in Italia, dov’è arrivato a febbraio dell’anno scorso, oggi i dojos sono 26.
L’intuizione è sfruttare l’efficacia immersiva del videogame per promuovere l’insegnamento del “coding” e il motivo è semplice: viviamo in un mondo sempre più digitalizzato. Saper tradurre le proprie idee in un codice informatico è fra le migliori definizioni di creatività oggi immaginabili.

Nonché «uno scomparto in più nella cassetta degli attrezzi – commenta Barbara Laura Alaimo, pedagogista di CoderDojo Milano – un’esperienza di questo tipo non solo fornisce una serie di competenze sempre più utili ai bambini, ma stimola la creatività, permette loro di sbagliare senza conseguenze, incentiva l’apprendimento cooperativo e affidando un ruolo attivo, che difficilmente i più piccoli altrove ritrovano, li responsabilizza. Diventano protagonisti in un clima divertente».

Non è un caso si tratti di videogame, veicoli interattivi delle fantasie visive e narrative più disparate. Oltre a “Scratch” ecco allora “Minecraft”, sorta di Lego digitale creato da Markus Persson che consente una totale libertà creativa; “Little Big Planet” o “Disney Infinite”, che incentivano la condivisione di livelli di gioco programmati in privato, ma anche “Hopscotch”, un linguaggio visuale kid friendly in grado di introdurre a processi di elaborazione complessi; e ancora, il libro “Hello Ruby” di Linda Liukas, che promette di allevare hacker attraverso le fiabe, e l’italiana “YouFable” di Luca Maragno, un’app giocosa in cui la narrazione è scomposta nei suoi ingredienti per insegnare le regole del racconto e la strutturazione tipica del coding.

Ognuno di questi titoli è una favola dei giorni nostri; e qualsiasi bimbo ama farsi raccontare una storia per rielaborarla a modo proprio.
«Videogioco e gioco in generale hanno caratteristiche che andrebbero adottate dall’insegnamento. Giocare è una cosa seria» conclude Alaimo omaggiando Bruno Munari e facendo eco alle tesi di James Paul Gee in Come un videogioco (Raffaello Cortina, 2013).
Lungi da una panoramica esaustiva, la convinzione è un fiume in piena, anche in Italia. Ai corsi per la pro-grammazione infantile di Quintadicopertina Factory, si affiancano Codemotion Kids – la sezione che la conferenza internazionale di tecnologia ha inaugurato due anni fa a Roma -, o le iniziative di Nubess, Csp e Dschola, un’azienda del polo tecnologico lucchese la prima, e due realtà attive nella promozione dell’informatica fra i banchi scolastici piemontesi le altre.

Sia chiaro, il videogioco è l’anticamera: e se già Co-derDojo svezza i suoi ospiti attraverso l’uso di linguaggi più evoluti tipo Python, HTML o CSS JavaScript, piattaforme come Code Academy o Code.org da anni sono attive nella diffusione gratuita, off e online, di scienze e competenze informatiche fra gli adolescenti. Fra i testimonial dell’ultima Hour of Code, organizzata lo scorso dicembre da Hadi e Ali Partovi di Code.org, nientepopodimeno che Barack Obama.

Il suo «non comprate un nuovo videogame, realizzatene uno» si concretizza nelle attività di network indipendenti come Young Rewired State o Code Club, per arrivare al Kodu Game Lab di Microsoft, un ambiente di sviluppo immediato e accessibile ancora una volta adatto anche ai giovanissimi.

L’appello presidenziale ha tuttavia trovato il terreno più fertile in Inghilterra, dove a settembre sarà attivato nelle scuole primarie e secondarie il nuovo Computing curriculum, l’insegnamento della programmazione obbligatorio dai 5 ai 16 anni. E mentre in Italia l’associazione videoludica di categoria, Aesvi, fino al 30 aprile bandisce un concorso (all4games.it) che opportunamente si riferisce agli sviluppatori come ai pionieri del futuro, da Berlino i Kids Hackathon arrivano a Mosca (l’11 maggio).
Perché minacce intergalattiche a parte, i bimbi avvezzi all’uso del computer dalla nascita non sono (e non siano più) fantascienza.

Di Emilio Cozzi

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