La storia delle emoticon

Pubblicato: 3 aprile 2013 in Comunicazione, Società, Tecnologia
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Emoji. Ovvero pittogrammi, traducendo letteralmente dal giapponese. Se non avete idea di cosa siano, probabilmente siete nel secolo sbagliato: trattasi dei celebri disegni di faccine, cuori, espressioni e altre amenità che hanno letteralmente invaso e-mail e sms. Universalmente utilizzati per dare colore ai messaggi digitali, cercando di riprodurre l’ espressività della comunicazionevis-à-vis. Tutti li usano, ma pochi ne conoscono la storia: a raccontarla a The Verge è stato il loro inventore in persona, il giapponese Shigetaka Kurita, che ha ripercorso la genesi della sua idea, le difficoltà incontrate durante lo sviluppo e il trionfo finale.

Giappone, 1995: i telefoni cellulari in circolazione sono ancora pochi. Molto più utilizzati, invece, specialmente tra gli adolescenti, i cercapersone: il gestore telefonico Ntt DoCoMo, a un certo punto, ebbe l’idea di inserire il simbolo del cuore nella lista dei caratteri digitabili dal dispositivo Pocket Bell. Fu subito un successo: i ragazzini delle scuole superiori potevano aggiungere una sfumatura di sentimento dolcezza ai migliaia di messaggini che si scambiavano ogni giorno. L’azienda, però, non sfruttò questa brillante intuizione e preferì concentrarsi, nelle versioni successive del Pocket Bell, su altre caratteristiche, tra cui il supporto all’alfabeto latino: fu un grave errore di valutazione, perché la maggior parte della clientela iniziò a migrare verso l’azienda concorrente Tokyo Telemessage.

Urgeva fare qualcosa. Fu l’ingegnere Shigetaka Kurita a inventarsi quello che avrebbe salvato la baracca. Gli emoji, per l’appunto. Nel 1995, Kurita stava lavorando a i-Mode, un progetto per creare la prima piattaforma Internet mobile, che avrebbe permesso di ricevere previsioni del tempoprenotazioninotizie mail sul proprio cellulare. Una rivoluzione, all’epoca, che avrebbe dato al Giappone un vantaggio di dieci anni rispetto alle tecnologie usate nel resto del mondo. Per dare un’occhiata allo stato dell’arte, Kurita viaggiò a San Francisco nei laboratori di AT&T, l’azienda di telefonia mobile statunitense che stava sviluppando un servizio analogo utilizzando la Cdpd, una nuova tecnologia di trasferimento di pacchetti digitali. E stava affrontando i problemi relativi alla visualizzazione delle immagini“Allora, le specifiche sui dispositivi erano abbastanza lacunose, e quindi non era possibile, per esempio, mostrare disegni, quello che interessava a noi”, spiega Kurita. Fu in quest’occasione che il giapponese si rese conto dell’esigenza di avere caratteri aggiuntivi a disposizione: “Il servizio di AT&T riusciva a fornire notizie sulle condizioni meteo agli utenti di telefonia mobile, ma solo attraverso laconici messaggi di testo come nuvoloso soleggiato. Senza immagini, era decisamente un servizio troppo freddo ”.

Le conversazioni faccia a faccia, o quelle al telefono, rifletteva Kurita, consentono di valutare l’umore dell’interlocutore guardandone le espressioni facciali o ascoltando l’inflessione della sua voce. L’idea era quella di cercare di riprodurre le caratteristiche della comunicazione non verbale usando disegni di facce umane. In teoria, si sarebbero potute usare le tabelle di caratteri Ascii, che avevano però l’inconveniente di essere scomode da inserire con la tastiera di un cellulare perché composte da troppi caratteri. La soluzione, secondo Kurita, doveva essere più semplice.

Incassato un due di picche dalle grandi case produttrici, tra cui SharpPanasonic Fujistu, cui si era rivolto per ottenere un supporto, Kurita si mise al lavoro munito solo di carta e penna. L’obiettivo era di creare un insieme completo di 176 caratteri, di dimensioni 12×12 pixel, che potessero coprire l’intero spettro delle emozioni umane. L’ispirazione venne dai manga, come lui stesso racconta: “Nei fumetti giaponesi si trovano parecchi simboli diversi. Per esempio, un viso con una goccia di sudore sulla fronte per indicare lo sforzo, o una lampadina sulla testa quando qualcuno ha un’idea. In molti casi, ho preso spunto da queste immagini”. E così riuscì a esprimere anche idee astratte, come segreto o amore, con un singolo carattere.

Certo che con una griglia di appena 12 pixel, Kurita dovette mantenersi parco nei primi disegni, e in effetti i caratteri risultanti erano estremamente semplici. “Onestamente, erano abbastanza brutti”, ammette ironico il giapponese. In ogni caso, il più era fatto: Kurita tornò dai produttori che prima lo avevano respinto, con i disegni sottobraccio, e fu accolto a braccia aperte. “Pensavo che avrebbero voluto ritoccarli. Ma non è stato così”, prosegue. “Al contrario, li hanno presi così come li avevamo disegnati. Ed è stata una fortuna, perché si è scongiurato il pericolo di creare confusione tra gliemoji di produttori diversi”.

Quest’ omogeneità, comunque, non durò a lungo. DoCoMo non riuscì a coprire le immagini da copyright ( “Ci dissero che, dopotutto, si trattava solo di disegni 12×12”), e sempre più aziende si appropriarono dell’idea, ciascuna creando il proprio set di emoji. Quello che sarebbe dovuto essere un insieme singolo, univoco e uniforme si trasformò presto in un miscuglio di caratteri proprietari, che non venivano visualizzati sui modelli di telefonino dell’azienda concorrente.

In ogni caso, sebbene i gestori telefonici giapponesi non siano riusciti a mettersi d’accordo, gli emoji hanno fatto una gran fortuna nel resto del mondo. L’ iPhone ne ha sancito il debutto ufficiale con il rilascio di iOs 5 alla fine del 2011. E, da allora, i disegnini spuntano dappertutto. Una versione emoji dei classici di Melville, Emoji Dick, scritta da Fred Benenson, è stata persino aggiunta alla Biblioteca del Congresso statunitense.

Come si sente oggi l’uomo che ha reso possibile tutto ciò? “Sono felice, ma, a essere onesto, non me ne sono ancora reso conto appieno. È una cosa troppo grande”, dice Kurita. E accenna ai progetti per il futuro: “Mi piacerebbe sapere le differenze nell’utilizzo degli emoji nelle varie regioni del mondo, e quante sfumature locali ci sono. Penso che il cuore sia utilizzato da tutti allo stesso modo, ma probabilmente ci sono cose che solo i giapponesi, o gli americani, o altre popolazioni, possono comprendere… sarebbe grandioso riuscire a comparare questi dialetti per studiare le modalità di comunicazione nel mondo”.

Sandro Iannaccone

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