La battaglia delle idee e i trafficanti di brevetti

Pubblicato: 26 settembre 2012 in Articoli, Casi, Economia, Tecnologia

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SAN FRANCISCO – Li chiamano “patent troll”, nel gergo di Internet: disturbatori, provocatori. I “patent troll” accumulano arsenali di armi molto speciali: brevetti tecnologici. Li arraffano nelle università, comprandoli da ricercatori e inventori spesso ignari delle conseguenze. E poi li usano per ricattare le imprese. È la nuova guerra tecnologica, un conflitto che si combatte nei tribunali, a colpi di citazioni in giudizio, richieste d’indennizzi. È un fenomeno che minaccia la vena creativa della Silicon Valley: l’innovazione tecnologica sarà “sequestrata” dagli eserciti degli avvocati?

I “patent troll” sono solo la punta più patologica e deteriore del fenomeno. La guerra dei brevetti ha ben altri protagonisti. Ai piani alti, gli attori sono le superpotenze dell’industria hi-tech. L’episodio culminante del conflitto ha occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

È avvenuto il 24 agosto con la vittoria giudiziaria incassata dalla Apple davanti al tribunale di San Jose, nella Silicon Valley, quando la giuria popolare ha accolto i suoi ricorsi contro Samsung e ha condannato per plagio dell’iPhone il colosso sudcoreano. Quel trionfo contro Samsung apre un nuovo capitolo nella storia dell’economia digitale. Il tribunale di San Jose ha stabilito che Samsung ha violato sei brevetti Apple, “imitando” troppo da vicino gli iPhone. L’indennizzo da 1,05 miliardi di dollari è uno dei più elevati nella giurisprudenza relativa alla proprietà intellettuale. Non trema solo Samsung. Molti dei “telefonini intelligenti” oggi in circolazione sono ispirati al design e al software degli iPhone di Apple. L’impatto della sentenza si farà sentire su tutto il mercato degli smartphone del tipo Android.

Un capitolo precedente ebbe luogo il 15 agosto 2011, quando la regina dei motori di ricerca conquistò quello che era stato uno dei pionieri dello sviluppo dei telefonini. Quel giorno per 12,5 miliardi Google annunciava l’acquisizione di Motorola, per penetrare nel business dei telefonini dominato da Apple. Anche in quell’operazione, la competizione per allargare le proprie quote di mercato s’intrecciava con cause antitrust, spionaggio industriale, contraffazione. Ancor più delle fabbriche Motorola, per Google era cruciale entrare in possesso di un ricco “portafoglio di brevetti”. Motorola, scampata per un soffio al fallimento, gliene portava in dote ben 17.000. Proprio così: diciassettemila brevetti. È evidente che Google ne userà solo una piccola parte. Gli altri le servono come un arsenale nucleare, un deterrente. Sono altrettante linee difensive in una guerra che è economica, industriale, ma anche giuridica e combattuta con stuoli di superavvocati davanti a tutti i tribunali del mondo, o agli antitrust americano ed europeo.

Contro questa escalation legale si è scagliato un grande giudice americano, il celebre Richard Posner. Lui, a differenza del tribunale di San Jose, nel giugno di quest’anno ha osato respingere al mittente una causa di Apple contro Google. Ha definito “pretestuosa e strumentale” quella causa. Ha denunciato la degenerazione del sistema dei brevetti, ha invocato una riforma delle regole. Il monito di Posner viene raccolto dal Los Angeles Times, che riprende il suo allarme in un editoriale. “Attenzione – scrive il quotidiano della West Coast – se le aziende si combattono nei tribunali anziché sul mercato, alla fine sarà il consumatore a perdere”.

La logica virtuosa dei brevetti è evidente. All’origine, hanno una funzione essenziale per proteggere gli inventori, premiare gli scienziati e gli imprenditori più innovativi, castigare il plagio. Se le aziende potessero saccheggiare le idee altrui, scopiazzare impunemente i prodotti elaborati nei centri di ricerca dei concorrenti, l’innovazione finirebbe per esaurirsi. Ci sarebbero meno Bill Gates e Steve Jobs, se le loro trovate geniali venissero rapinate senza sanzione dal vicino di casa, o da qualsiasi concorrente cinese o coreano. Ma fin dove deve spingersi la tutela? “Bisogna ricordare – avverte il Los Angeles Time – che la stessa Apple ha sfornato dei prodotti-icone partendo da idee che avevano avuto altri pionieri. L’iPhone, per esempio, fu una versione molto migliorata degli smartphone che la Nokia aveva introdotto un decennio prima”. L’innovazione non è sempre fatta di “scoperte” radicalmente nuove, spesso è un processo graduale, che opera per adattamenti e miglioramenti incrementali. Molti esperti di tecnologie sono rimasti perplessi, quando Apple è riuscita a far passare davanti al tribunale di San Jose il principio che anche gli “angoli arrotondati” del suo iPhone vanno protetti da qualsiasi imitazione. L’angolo arrotondato è davvero un’invenzione esclusiva? Merita di essere premiato al punto da alzargli intorno una muraglia cinese di leggi, proibizioni, multe a chi lo copia?

Eppure è così: una quota importante dei brevetti protegge proprio delle caratteristiche di design, estetiche o funzionali più che tecnologiche. Questa è una delle eredità più controverse del mitico Jobs scomparso un anno fa. Jobs spinse fino all’eccesso la protezione legale dei propri brevetti, in un tentativo di paralizzare la concorrenza. Portato alle estreme conseguenze, questo è un attacco ai fondamenti della libertà creativa che hanno fatto il successo della Silicon Valley. Lo stesso Jobs a suo tempo aveva attinto a laboratori di ricerca come quello della Xerox a Palo Alto. I Bell Labs, nati da una costola di AT&T, furono all’origine di invenzioni spesso sfruttate liberamente da altri.

Perché il consumatore rischia di essere la vera vittima? Anzittutto perché una conseguenza immediata dei maxiprocessi, e delle indennità miliardarie come quella che colpisce Samsung, è che le aziende sanzionate devono rifarsi alzando i prezzi. Altre imrpese che vogliano evitare contenziosi, possono farlo pagando a priori una licenza ad Apple (o a chiunque detenga un brevetto): sono altri costi che si aggiungono, e finiranno incorporati nei prezzi di vendita del prodotto. Per non parlare delle parcelle degli avvocati: crediamo forse che le paghi di tasca sua il chief executive?

E si arriva così alla degenerazione finale, cioè appunto i troll dei brevetti. Questi non sono inventori, non sono neppure imprenditori, non hanno niente da produrre. I “patent troll” sono società-paravento che nascono solo per fare incetta di brevetti. Quando ne hanno una scorta adeguata, scatta la fase due. Che può assomigliare al comportamento di un racket. I troll dei brevetti si presentano dalle aziende tecnologiche minacciando cause a ripetizione. I troll hanno dalla loro grandi studi legali specializzati in questo tipo di contenzioso. Anche in un paese come gli Stati Uniti dove la giustizia è veloce, un processo per infrazione dei brevetti dura in media dai due ai tre anni. E può costare fino a due milioni di dollari di spese legali. Pefino le aziende grandi a volte preferiscono arrivare a una transazione, patteggiare con pagamenti di licenze dai 100.000 ai 750.000 dollari, anziché impegnarsi in una guerra giudiziaria dagli esiti incerti e dai costi più elevati. Se la vittima della denuncia è una piccola start-up della Silicon Valley, la prospettiva di due anni in tribunale è scoraggiante. Ci sono degli eroi che rifiutano di piegarsi, in nome dell’etica della Silicon Valley, e accettano di andare fino in fondo. A loro rischio e pericolo. Nello scenario più catastrofico, se il tribunale dà ragione al proprietario dei brevetti, può arrivare a proibire la vendita dei prodotti del colpevole di plagio.

Il caso della Intellectual Venture

Una forma alternativa di ribellione dei “piccoli” è stata lanciata da Randy Komisar, uno dei più celebri protagonisti del venture capital a San Francisco. Lui ha creato l’anti-troll, una società che compra brevetti dalle università e dagli inventori, ma per metterli a disposizione delle start-up (aziende neonate). Komisar ha già 120 associati. Può segnare l’inizio di una riscossa. Nella sua storia che dura da oltre mezzo secolo la Silicon Valley ha resistito a recessioni, è sopravvissuta allo scoppio di diverse bolle speculative. Ora si appresta ad armarsi e combattere per la sua nuova sfida esistenziale: sopravvivere alla piovra degli avvocati.

FEDERICO RAMPINI

Fonte

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