Il giornalismo partecipativo sui social network

Pubblicato: 1 giugno 2012 in Articoli, Società, Tecnologia, Web

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Carvin, manager di Npr, spiega il giornalismo partecipativo. E’ diventato un esperto mondiale del coverage attraverso i social network. Da oltre un anno segue sui social media le primavere arabe, grazie a un lavoro aperto e collaborativo. Qui spiega perché Twitter e gli altri network sono ormai vitali per i giornalisti: “Se li ignorate correte un rischio professionale”. E smonta alcuni luoghi comuni sul rischio di bufale, la superficialità e l’affidabilità delle fonti in Rete.

Il keynote speech di Carvin a Perugia 1

Il 2011 è stato per lui l’anno della “congiunzione astrale”: le sue due grandi passioni, i social media e il Medio Oriente, si sono incontrati in quella che è ora conosciuta come la Primavera araba. Dalla Tunisia,all’Egitto, alla Libia, dallo Yemen, al Bahrain, Carvin ha messo a frutto le conoscenze maturate sul campo negli anni in cui collaborava con Global Voices, network internazionale di notizie “dal basso”, e alla direzione del Digital Divide Network, progetto di promozione dell’equo accesso alla Rete. Dal 2006 è alla National Public Radio, come  manager dei progetti di innovazione e in questo ruolo ha cominciato a “smanettare” sui social network e a sperimentarne le potenzialità per l’acquisizione e la diffusione delle notizie. La prima illuminazione sull’enorme potenziale di Twitter nel settore delle breaking news gli arriva il 27 dicembre 2007, quando nel suo feed compaiono le prime voci sull’attentato a Benazir Bhutto, in Pakistan. Da allora, costruendo una rete capillare di followers in tutte le aree “calde”, è diventato un “nodo” di informazioni in tempo reale prezioso e soprattutto affidabile, in grado di costruire un mosaico in movimento, pulsante e vivido di quel che accadeva nel ribollire delle rivolte.

La sua passione è il Medio Oriente, ma non solo. E soprattutto Twitter, ma non unicamente: spiega Carvin che per alcuni  paesi Facebook è più indicato: “Bisogna andare dove sono le notizie”. Nei giorni caldi della rivolta in Libia ha raggiunto cifre da capogiro con oltre 1200 tweet in 48 ore. Come da capogiro sono i suoi numeri su Twitter: al momento in cui scriviamo il profilo @acarvin ha circa 69mila followers, poco più di 133mila tweets e oltre 2100 account seguiti. Il suo feed è vorticoso: video, richieste di verifica, richieste di traduzione, rilancio di avvertimenti di chi è sul campo, dichiarazioni ufficiali, e poi notizie notizie notizie. In cambio, i suoi follower lo indirizzano sui materiali utili, lo aiutano a smontare le voci inattendibili, gli forniscono nuove angolazioni e fonti.

Col tempo si è reso conto che il valore del suo lavoro era tale che non poteva sottostare alla caducità della legge di twitter: in 48 ore sparisce tutto. E così si è costruito un archivio di tweet, e con i tecnici di Npr ha utilizzato software per graficizzare la localizzazione e la tempistica, l’aggregazione e l’evoluzione dei tweet in momenti storici particolari: un racconto digitale parallelo che potrà risultare utile in futuro. In questo risiede, anche, il suo concetto di giornalismo social come “servizio pubblico”: “Tutto quello che faccio è aperto, so che colleghi di altre testate usano il materiale che trovo. Noi siamo un servizio pubblico, non ci interessa arrivare primi”.

Che cosa significa fare servizio pubblico sui social media?

“Ho lavorato per quasi tutta la vita nel servizio pubblico, perché credo davvero negli ideali e nella mission dei media di servizio pubblico  –  ci racconta – Ma sono convinto che le persone che interagiscono con me su Twitter siano anch’esse coinvolte in una sorta di servizio pubblico. Spesso non diamo al pubblico abbastanza riconoscimento per quel che cerca di fare aiutandoci a creare un giornalismo migliore. Loro lo vedono come un investimento nel rafforzamento della democrazia e nel ruolo che il giornalismo gioca nel far sì che il potere risponda delle proprie azioni. Cerchiamo di ricordarcelo quando sembra tanto più facile liquidare i ‘citizen journalist’ come persone di cui non ci si può fidare. Fanno quel che fanno perché anche per loro è importante”.

Perché Twitter sta diventando così importante per i giornalisti oggi?

“Twitter sta diventando enorme, ci sono decine di migliaia di persone che lo usano in tutto il mondo, e alcuni di loro sono dei maniaci delle notizie e hanno un sacco di informazioni da condividere. Altri sono esperti di questioni specifiche, e hanno molto da dire su temi di rilievo. E poi ci sono persone che sono semplicemente testimoni oculari di breaking news. Per certi versi Twitter è diventato un social media “polso” di quel che accade nel mondo, almeno nelle parti di mondo dove ci sono connessioni internet affidabili. Un ambiente in cui i reporter possono ottenere tutta una serie di nuovi strumenti per scoprire storie, fonti e coprire eventi che durano nel tempo. Lo possono fare attingendo ai saperi che circolano lì”.

Lei segue un settore molto specifico, gli esteri e in particolare le “primavere arabe”. Ma pensa che lo stesso metodo sia applicabile a tutti i campi del giornalismo?

“Certo. Ad esempio ora nella campagna elettorale Usa gli staff dei candidati presidenziali sono molto attivi su Twitter. Certo nel caso degli account di Obama o di Romney, non sono loro a twittare di persona. Ma i loro capistaff e capi della comunicazione sono anche su Twitter e sono diventati delle miniere d’oro di informazioni. Conosco anche un sacco di reporter che tengono d’occhio Twitter per verificare come il pubblico reagisce a quel che avviene durante la campagna. E’ un modo molto rapido per rendersi conto della risposta del pubblico. La stessa cosa si può applicare allo sport. Quindi in tanti campi diversi troveremo una massa critica di persone che sono esperte e desiderose di condividere le loro conoscenze e informazioni”.

Una delle resistenze che l’uso di Twitter incontra nelle redazioni è forse generata dalla paura della “disintermediazione”: l’idea che se il pubblico ha accesso diretto alle informazioni non avrà più bisogno di noi giornalisti. E’ un timore realistico?

“Beh, se non usi Twitter perché hai paura della disintermediazione, quel che stai facendo in realtà è arrenderti. E secondo me così si rinuncia a un’enormità di cose. Sappiamo già che il pubblico usa i social media e internet per informarsi e discutere delle notizie. Quindi perché i giornalisti non dovrebbero voler essere parte di questa conversazione? Per me è molto importante che i giornalisti stiano nei posti in cui non solo si trovano i loro lettori o ascoltatori, ma dove si trovano le persone di cui loro devono riportare le storie. Che piaccia o no ai giornalisti, Twitter è diventato una sfera pubblica. Nessun giornalista direbbe: no, quel congresso politico non lo seguo perché non mi piace come funziona, non mi fido di alcuni di quelli che vi partecipano, quindi lo ignoro e basta. Non si può, perché in quello spazio succedono cose importanti. E nello stesso modo, su Twitter accadono cose importanti: solo in un modo diverso. Penso che se sei un giornalista e ignori Twitter, lo fai a tuo rischio e pericolo professionale”.

Uno degli aggettivi che si usano per Twitter è “veloce”. Quanto è importante il fattore tempo nella costruzione delle fonti su Twitter, e quanto conta la personalità? Insomma, cosa bisogna investire per essere efficacemente su Twitter?

“La qualità principale è la generosità, non puoi star lì semplicemente a chiedere. La cosa peggiore che un giornalista può fare è aspettare la breaking news poi aprire un account Twitter e chiedere aiuto. Nessuno ti conosce, e nessuno si fiderà di te. Invece, se sei un membro attivo della comunità e hai sviluppato relazioni con molte persone, quando arriva la notizia che vuoi coprire è abbastanza probabile che quelle persone ti aiutino. Alcuni giornalisti mi chiedono: come sai se puoi fidarti? Bè, come fai a fidarti delle tue fonti? Come sai quali ricerche sono affidabili quando fai un reportage di scienza? E’ semplice: usi le tue capacità professionali per capirlo. Solo perché accade online non vuol dire che non possiamo usare le nostre competenze e capacità di discernimento. E’ un peccato sentire giornalisti che dicono: non si può fare. Perché chiaramente non ci hanno mai provato. Io lo faccio tutti i giorni e non sono un mago di internet. Mi limito a prendere i principi base del giornalismo e li applico a Twitter: faccio domande toste, cerco di individuare le motivazioni che spingono le persone, cerco di determinare i rapporti tra le persone. I giornalisti lo fanno tutti i giorni nel ‘mondo reale’, se vogliamo chiamarlo così. Perché non farlo online?”.

E invece che rapporto ha uno che fa il suo lavoro con i colleghi che sono “sul campo”?

“In situazioni come la rivoluzione egiziana, ad esempio, avevamo molti reporter a piazza Tahrir e in vari altri posti. Ci scambiavamo di continuo email: io gli dicevo quel che sentivo su Twitter e loro mi chiedevano di verificare cose che sentivano sul campo. In casi come la Siria, dove è difficile avere reporter sul campo per periodi prolungati, io lavoro con i reporter basati in Libano o in Giordania, per trovare per loro nuove fonti. E poi sono regolarmente in contatto con il nostro staff delle breaking news, i nostri blogger e l’unità radiofonica. Quindi se vedo su Twitter una storia che mi sembra importante li allerto. In un certo senso per i colleghi di Npr io sono un social media producer. La cosa bella è che hanno sempre meno bisogno di me perché stanno imparando a usare il mezzo, che poi è il mio obiettivo finale”.

Nei media mainstream si discute molto di come e se regolare l’uso che i giornalisti fanno di Twitter, soprattutto riguardo alle breaking news. Che ne pensa?

“Ogni azienda ha le sue policy. Npr ci incoraggia a usare i social media e ci ricorda che siamo membri di queste comunità. Non siamo lì per cambiare le regole o imporre idee, siamo lì come ospiti, per interagire. Allo stesso tempo siamo lì come ambasciatori di Npr: la trovo una policy molto responsabile e incoraggiante. Altri hanno imposto regole tipo: non dare le notizie prima su twitter, non ritwittare o citare i concorrenti, non avere conversazioni con loro. Per me sono regole assurde. Per esempio Neal Mann, che era uno dei migliori social media producer a Sky News, si è appena dimesso per protesta contro le nuove restrizioni. Ora lo ha assunto il Wall Street Journal: vittoria del Wsj, sconfitta di Sky. I media impareranno nel modo più duro la lezione: se non si fidano dei loro reporter, della loro responsabilità e professionalità, li perderanno per luoghi dove il loro giudizio è tenuto in considerazione. Le policy sui social media non dovrebbero essere frutto di esigenze legali o di pubbliche relazione. Dovrebbero riflettere le esigenze della redazione”.

Si discute molto del rischio per i giornalisti di raccogliere bufale in Rete. Il caso di Amina Arraf 3, che lei ha contribuito a svelare, però mi sembra più un esempio di Twitter come “antibiotico” delle bufale. Che ne pensa?

“Mi piace questa definizione: in effetti Twitter ha questo potenziale. Spesso si dice che i rumours si spargono come incendi su Twitter. Ma secondo me è anche il posto dove i rumours muoiono. Bastano uno o due scettici per individuare la bufala e fermarla. Mentre se il rumour si diffonde in tv, per esempio, non hai un meccanismo di feedback di questo genere in grado di fermarlo e correggerlo. Ed è ironico che quando gli errori si diffondono sui media mainstream sia spesso Twitter a  mettere in allerta i giornalisti. Se riesci a costruirti una comunità di persone che prendono sul serio il giornalismo, ti aiuteranno a smontare (debunk) i rumours. E’ vitale, se usi i social media come parte del tuo lavoro di giornalista, essere attrezzati per affrontare le bufale e smontarle. E per farlo hai bisogno degli altri”.

di RAFFAELLA MENICHINI

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