Le reti sociali non sono mass media

Pubblicato: 2 maggio 2012 in Articoli, Knowledge management, Media, Web

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Troppo ego oscura il social, come scrivono alcuni giornalisti? Oppure no, come ribattono altri? Potremmo anche infischiarcene o schierarci (reazione molto analogica e molto, molto giornalistica). Possiamo, pero’, anche provare a mettere mano a questa discussione. Ci sono almeno tre buoni motivi per farlo. Il primo è lo spessore degli interlocutori e la loro esperienza della rete. Il secondo è che proprio in questo genere di confronti vengono sempre più definendosi stili, linguaggi e abiti del giornalismo digitale. Il terzo è che tutti hanno alcune ragioni, ma tutti insieme dimenticano (o non hanno avuto tempo di riportare) un fattore essenziale.

Tra tutti le ragioni sono evidenti. L’aumento dell’ego è innegabile, soprattutto su FB. Fastidioso, senz’altro, come lo sono sempre gli esibizionismi. E tuttavia che il sociale sia pubblico e privato allo stesso tempo è innegabile, almeno da quando la sociologia ha iniziato a studiare le società moderne. L’ecosistema digitale non fa altro che moltiplicare questo dato di realtà, rendendo pubblico il privato di una quantità di persone esponenzialmente più ampia che in passato. T’infastidisci a leggere il privato del politico che sei costretto a seguire per mestiere? Boh, puoi velocemente fare a meno di sorbirtelo, certo in modo più agevole di quanto non possa fare il retroscenista condannato a passare le sue giornate a Montecitorio. Sei invece capace di ricavarne una notizia? Meglio per te e per il tuo giornale, ammesso che quella notizia interessi qualcuno.

Eppure non mi pare questo il punto. Così come non lo sono le ovvie e profonde differenze tra Twitter e FB.
Uno sarebbe più votato alle news, l’altra a riprodurre in digitale la serata con le diapositive delle vacanze? Può essere, per carità, ma la disamina critica è interessante solo fino a un certo punto, perché distorta da un vizio di fondo: continua infatti a considerare le reti sociali come media, anzi: come mass media. Come se tutte le reti sociali avessero la logica unitaria e coerente, il linguaggio dettato dalla tecnologia (e quindi sintassi e grammatica), i formati usciti dalle pratiche produttive o da quelle economiche, che caratterizzano la stampa, la radio, la televisione.

Luca De Biase scrive da tempo e con coerenza che ciò che contraddistingue le reti sociali nell’ecosistema dell’informazione è la qualità (talvolta anche la quantità, aggiungo) delle relazioni sociali che là dentro siamo capaci di creare o di trovare. E questo vale nello stesso modo, mi pare, per i produttori o gli utenti (almeno per quei casi nei quali la distinzione trova ancora fondamento).

Devo esemplificare? E’ riduttivo, ma posso farlo. Io su Twitter non mi sogno neppure di seguire Fiorello, Jovanotti o Lady Gaga. Per me è uno strumento di lavoro, e non faccio il cronista agli spettacoli, né sono un fan dei tre. Dagli amici su FB m’aspetto che postino li, oppure su Flickr, le foto delle vacanze, ma se voglio le schivo. Mi stupirei se lo facesse Steve Outing con un tweet, ma se scrive che starà zitto per tre settimane perché è in vacanza, per me rimane un’informazione di servizio.

Il fatto e’, pero’, che io sono io. E non ho davvero nulla di più o di meno d’un fan di Fiorello che usa Twitter come versione digitale di Sorrisi e canzoni, oppure di una fanzine. Io e quel fan cerchiamo semplicemente relazioni differenti. E siamo noi a crearcele, senza che siano imposte dalla piattaforma o dall’ambiente nel quale entrambi ci muoviamo. Quello che trovo sulle reti sociali è proprio ciò che sono andato cercare.
Diverso è il caso, e bene ha fatto a sottolinearlo Arianna Ciccone, di chi abusa giornalisticamente non per troppo ego, ma per troppo poca responsabilità. Basta soltanto ricordare certi tweet dopo l’attentato al consigliere comunale Musy, o altri per la presunta liberazione di Rossella Urru. Che dire? Un defollow li seppellirà.

ANGELO AGOSTINI, Direttore del trimestrale “Problemi dell’Informazione”, responsabile del Master in giornalismo dello Iulm, Milano

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